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Ritrovati i corpi di Hansjörg Auer, David Lama e Jess Roskelley. Recuperata foto da smartphone, erano arrivati in vetta.

L’agenzia governativa che si occupa di gestire le aree naturali canadesi, Parks Canada, ha diramato un comunicato dove informa del ritrovamento dei corpi dei tre alpinisti che stavano tentando di scalare la parete est del Howse Peak, che si trova nella catena delle Montagne Rocciose canadesi.


L’ultimo scatto postato da David Lama prima dell’allarme – Foto FB @David Lama

Hansjörg Auer, 35, David Lama, 28, e Jess Roskelley, 36 sono rimasti vittime di un incidente causato dal distacco di una valanga il 17 Aprile. Un elicottero del soccorso si è subito alzato in volo individuando i segni di una valanga e avvistando del materiale di arrampicata nella zona.

Nel recupero è stato ritrovalo lo smartphone di Jess Roskelley in cui è stata trovata una foto scattata alle 12:43, dove i tre si trovavano in vetta, sorridenti e con un intenso cielo blu sullo sfondo.

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Fanno un barbecue ed incendiano bosco, 13 milioni di multa. Decise le sanzioni per l’incendio del Monte Berlinghera.

Conto salato per i due 22enni indagati dalla procura di Como, che durante il capodanno 2018-2019 hanno organizzato un barbecue alle pendici del Monte Berlinghera a Sorico, causando la distruzione di 1000 ettari di bosco.

La sanzione amministrativa è stata decisa in base a delle tabelle ministeriali che tengono conto degli ettari distrutti.

L’incendio è divampato il pomeriggio del 30 Dicembre e sono state necessarie due settimane e l’impiego di numerosi uomini e canadair per domarlo.

A causa delle fiamme sono andati distrutti 350 ettari di conifere, 650 di latifoglie alcuni caseggiati e baite.

Alcune segnalazioni hanno permesso di avviare le indagini verso un punbto di cottura in prossimità di una baita dove si stava preparando la brace. Le condizioni del vento di quel giorno hanno fatto il resto, portando all’innesco di principi di incendio, poi fuori controllo, della vegetazione circostante.

Oltre al piano amministrativo l’indagine prosegue anche su quello penale visto che i giovani sono accusati di incendio boschivo e di negligenza nel momento dell’accensione della griglia, viste le condizioni di vento sostenuto e di siccità della vegetazione limitrofa.

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Intervista ad Alex Txikon, seconda parte: cosa è successo realmente a Nardi e Ballard

Il sito explorersweb ha pubblicato la seconda parte dell’intervista a Alex Txikon, protagonista delle operazioni di ricerca della cordata Nardi-Ballard sul Nanga Parbat.

Angela Benavides, giornalista della testata online, ha intervistato Alex chiedendo ulteriori dettagli sullo svolgimento delle operazioni, i rischi e le aspettative.

Qui di seguito pubblichiamo la traduzione dell’intervista, consultabile nella versione originale cliccando qui.

Intervista a Alex Txikon

L’aspetto più discusso della spedizione invernale di Alex Txikon sul K2 non è riferito a quella montagna, ma alle operazioni di salvataggio sul Nanga Parbat, quando Txikon e la sua squadra hanno lasciato il campo base del K2 con uno snervante viaggio in elicottero attraverso una zona di guerra, equipaggiati di un telescopio, tre potenti droni e solo una flebile speranza di trovare Daniele Nardi e Tom Ballard ancora vivi, visto che i due erano ormai dispersi da una settimana. I giorni successivi si sono rivelati una vera avventura, con il tragico epilogo che il mondo alpinistico conosce bene.
Qui di seguito Txikon ci racconta quei giorni difficili.

Mi dispiace fare questa domanda, ma quando siete partiti per il Nanga Parbat, siete partiti per cercare i corpi o avevate veramente la speranza di trovare Nardi e Ballard vivi?

All’inizio non ero molto preoccupato, pensavo che la mancanza di contatti fosse dovuta a qualche problema tecnico. Nardi aveva un vecchio telefono satellitare Thuraya che spesso non funzionava. Due giorni più tardi ho iniziato a preoccuparmi veramente. Quando siamo partiti per le operazioni di ricerca sapevamo che le speranze erano minime. Abbiamo comunque mantenuto un barlume di speranza dentro di noi. Pensavo, o mi sforzavo di pensare “E se fossero bloccati da qualche parte ma con abbastanza energie da sopravvivere per più di una settimana?”, “E se la loro vita fosse ancora attaccata a un filo?”. Sarebbe stato un miracolo, e noi speravamo proprio in quel miracolo. E’ difficile da spiegare e ho centinaia di messaggi sul mio cellulare dove ci dicono che eravamo pazzi a rischiare la vita per cercare dei corpi, perfino la fidanzata di Ballard, Stephanie, disse che sapeva che Tom sicuramente non ce l’aveva fatt. Ma la famiglia di Nardi aveva ancora delle speranze e non ho potuto deluderli.

E’ per questo che hai rischiato la vita? Per non deludere i famigliari di Daniele Nardi?

Vai, perché sai che è la cosa giusta da fare. E anche perché sinceramente, vorrei che se capitasse a me di essere di essere disperso, qualcuno venga a cercarmi. E’ stato tutto veloce, il Dottor Josep Sanchis ha preparato tutto, abbiamo preso i droni e il telescopio e siamo partiti.

A proposito di rischiare la vita, il volo in elicottero attraverso una zona interdetta durante il conflitto con l’India deve essere stato rischioso come le valanghe sul Nanga.

Si, abbiamo avuto paura. La zona era completamente chiusa al traffico aereo e hanno lasciato decollare solo il nostro elicottero. I piloti erano molto nervosi, si aspettavano che gli indiani avrebbero aperto il fuoco. Dicevano che colpire un elicottero è molto facile perché è lento. 

Alex Txikon mentre spiega a Angela Benavides le operazioni di soccorso. foto di Explorersweb

All’inizio si diceva che la spedizione di Braun si sarebbe occupata delle operazionidi soccorso, cosa è cambiato?

Sono state vagliate tutte le opzioni. Ero in contatto con molte persone, compresi il canadese Louis Rousseau e Agostino da Polenza un amico di Daniele, che ha chiesto a Ali Saltoro di riuscire a mandare degli aiuti al Nanga Parbat. Quando l’ambasciatore italiano e il fratello di Daniele mi hanno chiesto di andare, ho detto si.

Era il quinto tentativo di Nardi sul Nanga Parbat. E’ possibile che fosse così preso dal riuscire a scalare questo suo grande progetto da abbassare la guardia?

Nardi era ossessionato dal Nanga Parbat ed era testardo. Ma non era un principiante o un irresponsabile. Sapeva esattamente cosa stava facendo. Ho visto come hanno allestito i campi avanzati. Erano perfetti, ben equipaggiati e pronti per una scalata ben pianificata.

Daniele Nardi e Tom Ballard, nell’ultima foto inviata dal campo avanzato.

Tuttavia qualcuno ha detto che lo Sperone Mummery è troppo pericoloso, quasi un suicidio.

Non ne sarei così sicuro. Ne conosceva ogni centimetro, Guardi, per la mia esperienza lì, la via era di certo molto pericolosa ed esposta a valanghe durante le ore centrali della giornata, perché le temperature cambiano drasticamente sul Nanga Parbat. M la mattina presto e dal pomeriggio inoltrato in poi, nessun problema, Non è caduto nulla.

Quando ha avvistato i corpi?

Il 5 Marzo. Quando abbiamo inviato il drone però si è scaricata subito la batteria ed è caduto lontano. Non ci siamo potuti avvicinare ai corpi per il pericolo valanghe. Abbiamo aspettato fino alla mattina successiva e li abbiamo avvistati chiaramente col telescopio. Abbiamo subito avvisato la famiglia. Non abbiamo pubblicato foto. L’unica è stata condivisa dall’ambasciatore italiano Pontecorvo ed è stata sfocata di proposito per evitare di mostrare troppi dettagli.

Anche se l’immagine era sfocata, non sembravano comunque essere stati travolti da una valanga.

Non sono stati travolti. Da lontano abbiamo visto che la corda sopra di loro era tesa. Non lo posso dire con sicurezza, ma ho l’idea che o sono caduti, o forse, causa il freddo e la stanchezza, sono rimasti assiderati quando la temperatura è crollata dopo il tramonto. Comunque sia una tragedia.
Subito dopo il mio ritorno ho fatto visita alla famiglia di Daniele in Italia e hanno organizzato una bellissima cerimonia di commemorazione.Non lo so … mi ha fatto riflettere su molte cose. Sa, ho tenuto in braccio suo figlio di 6 mesi e non ho potuto fare a meno di chiedermi se fosse il caso di andare sul Nanga Parbat con un figlio così piccolo … Non so cosa dire. E’ molto triste.

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Bloccato dalla neve chiama i soccorsi sulla ferrata d’Oropa. Lo trovano in maglietta e pantaloncini.

Gli uomini del soccorso alpino, intervenuti dopo una chiamata di soccorso sulla ferrata Nito Staich, si sono trovati a soccorre un ragazzo bloccato dalla neve vestito in maglietta e pantaloncini.

Per aiutare i soccorsi il diretto re degli impianti di Oropa ha rimesso in funzione gli impianti di risalita al di fuori degli orari di apertura.

Il ragazzo, un escursionista di Biella, si è giustificato dicendo che non si aspettava tutta quella neve.

Il percorso che il ragazzo stava affrontando, fanno sapere i gestori degli impianti, è fattibile anche in presenza di neve, a condizione di avere la giusta attrezzatura.

Purtroppo non è raro vedere in ambienti montani serviti da impianti di risalita, persone con attrezzatura e abbigliamento non adeguati. Gli esempi delle persone sul Monte Bianco che salgono direttamente in quota con i nuovi impianti e si avventurano sui ghiacciai in Superga parlano chiaro.

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Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness definisce il concerto di Jovanotti “Diseducativo ed arrogante”

Come saprete da qualche giorno imperversa la polemica tra la leggenda dell’alpinismo Reinhold Messner e il cantante Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.

Polemica iniziata dalla decisione di organizzare una tappa del Jova Beach Party al Plan de Corones in provincia di Bolzano a 2275 metri e proseguita con un carosello di dichiarazioni tra gli organizzatori, gli sponsor e lo stesso Jovanotti.

Anche Carlo Alberto Pinelli, presidente onoraio di Mountain Wilderness, associazione che ha come scopo la difesa del patrimonio naturale e culturale della montagna, si è espresso in merito. Riportiamo la sua dichiarazione.



Il cantante Jovanotti sostiene che nella scelta dei luoghi in cui si possono organizzare grandi concerti un posto vale l’altro. Dal punto di vista strettamente geografico forse ha ragione. Una grande piazza, una prateria, una spiaggia, una elevazione montana fanno tutte parte allo stesso modo dell’ambiente fisico in cui il formicaio degli umani si muove e interagisce. Ma Jovanotti ha torto marcio se si tengono in considerazione le aspettative che ciascuno di quei luoghi suggerisce e stimola, le loro diverse vocazioni culturali, gli investimenti affettivi e esistenziali che essi possono propiziare. In poche parole: il loro significato autentico. Un significato derivato da un indissolubile intreccio di valori estetici, etici, storici, comportamentali, psicologici.
Tutti sappiamo benissimo che non è la stessa cosa trovare una lattina di birra dimenticata sulle gradinate di uno stadio o abbandonata in un bosco o su una vetta montana. In questi ultimi due casi basta la presenza di quel cilindretto di alluminio ammaccato per incrinare la magia del luogo, rendendo di conseguenza più povera l’esperienza di chi ha speso energie e tempo per trovare nell’ incontro con quegli spazi silenziosi e deserti una parte dimenticata di se stesso. Ma – Jovanotti e i suoi accoliti obietteranno- solo una minoranza dei nostri simili cerca quegli incontri . La maggioranza dei cittadini se ne sbatte della natura incontaminata e del messaggio che essa sussurra sottovoce in chi le si avvicina in punta di piedi, a cuore aperto. E allora? Allora noi crediamo che una società davvero civile dovrebbe essere in grado di comprendere e rispettare i bisogni immateriali delle sue minoranze, anche se la maggioranza non ne riesce ancora a individuare fino in fondo le ragioni. Ripetiamo per l’ennesima volta un esempio forse banale: possiamo essere atei, ma dovremmo tutti combattere con le unghie e con i denti per non permettere che una chiesa, anche se ormai frequentata da un esiguo pugno di fedeli, venga trasformata in una discoteca, affollata da un pubblico ben più numeroso. Chi non è in grado di afferrare la differenza non è degno di chiamarsi civile.  Si badi bene: non lo sosteniamo solo noi; lo dice a chiare lettere anche la Costituzione italiana e la stessa preoccupazione è implicita in tutte le leggi promulgate per tutelare gli ambienti naturali di particolare pregio: parchi nazionali e regionali, SIC, ZPS, Natura 2000 ecc.
Nel caso specifico di cui ci occupiamo ora, esiste certamente e ha un certo peso una seconda obiezione: Plan de Corones in Alto Adige è un pezzo di montagna già spogliato in gran parte del suo significato originario a causa di impianti per lo sci altamente invasivi ed anche – duole dirlo – del recente museo (per altro di alta qualità artistica) voluto da Reinhold Messner e progettato dalla grande architetta Zahia Hadid. Basta questo per dare il via libera all’ assalto progettato dal baldo cantante italiano e dai suoi sponsor?
Ne dubitiamo. Plan de Corones, sebbene sfigurato e in vari modi umiliato, resta comunque un luogo montano e come tale continua a rispecchiare simbolicamente (seppure a livello paradossale) quello che è il messaggio della montagna. Le folle in delirio che dovrebbero assistere al concerto vedranno tutt’intorno i profili di altre montagne e saranno portati a considerare lecito – anzi auspicabile – la loro trasformazione nel fondale pittoresco e senz’anima di un rumoroso palcoscenico di inequivocabile ( e non esportabile) connotazione urbana. Salta agli occhi di chiunque sappia usarli il carattere profondamente diseducativo di iniziative di questo tipo. Diseducativo e arrogante: ennesimo affronto escogitato dagli impiantisti per mercificare la montagna, soffocando la percezione dei valori che, attraverso il respiro della natura, possono arricchire di senso la nostra vita.

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300 mila euro di multa e due anni di prigione per chi pianta abusivamente una tenda sul Monte Bianco

La prefettura di Annecy, dell’Alta Savoia, detta le nuove disposizioni per l’accesso al Monte Bianco e le prenotazioni dei rifugi lungo la Via Reale.

Le nuove regole saranno molto ferree con lo scopo di evitare i numerosi atti di inciviltà dell’estate 2018, con aggressioni di gruppi di alpinisti che non trovavano posto nei rifugi e bivacchi improvvisati.

La revisione dell’articolo L341-19 del codice dell’ambiente francese, entrata in vigore il 1Aprile 2019, ha portato a un inasprimento delle sanzioni per chi “modifica lo stato di un monumento naturale”

Si dovrà avere una prenotazione obbligatoria per tutti i rifugi e si rischiano 300 mila euro di multa e due anni di prigione se si pianta abusivamente una tenda.

Le prenotazioni andranno fatte via internet con nome, cognome e numero di partecipanti e non saranno modificabili ad eccezione delle Guide Alpine che saranno gli unici a poter apportare modifiche.

I rifugi avranno le seguenti disponibilità Nid d’Aigle 20 posti, il rifugio Tête Rousse 74 posti, rifugio del Gouter 120 posti e una volta effettuata la prenotazione si dovrà conservare la ricevuta che sarà richiesta nel caso di controlli.

Ci saranno anche 40 posti in tenda alla Tête Rousse disponibili previa prenotazione.

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10 motivi che ci spingono ad andare in Montagna e che potete usare per convincere gli altri a seguirvi

Andare in montagna si sa, è un toccasana.

Ma quali sono le ragioni e i fattori che ci fanno percepire benessere dopo una giornata in montagna?

Diciamo che non ce n’è uno solo.
Difatti quando qualcuno ci chiede “perché vai in montagna?“, difficilmente troviamo adeguate risposte come “Per il panorama” o ” per fare attività fisica“, perché se fosse solo questo potremmo semplicemente andare in macchina su un belvedere o andare in palestra a fare ginnastica.

Vediamo quali sono fattori che più influenzano noi amanti della montagna!

1. Il “terreno d’avventura”
Entrare e passare il tempo in un ambiente dove diversi fattori sfuggono al nostro controllo, all’inizio può incutere timore, ma il nostro inconscio tende naturalmente ad abbandonarsi all’ambiente circostante e la montagna favorisce questo abbandono, aiutandoci a liberarci dalla mania del controllo e donandoci una sensazione di rilassamento.

2. L’attività fisica leggera prolungata
Il tipo di attività che si fa in montagna, ossia la camminata a passo costante in salita è un vero toccasana per il corpo. Non sovraccarica l’apparato cardiaco, in quanto si rimane sempre in una zona aerobica, favorisce la perdita di peso, si rinforza la resistenza delle gambe e, con l’uso dei bastoncini da montagna, si rinforzano anche tronco e braccia. Altri effetti benefici della camminata in salita sono:

  • Ottimizzazione della pressione sanguigna
  • Riduzione della trigliceridemia
  • Aumento della sensibilità insulinica e della tolleranza metabolica ai carboidrati
  • Riduzione del colesterolo
  • Riequilibrio degli stimoli sete/appetito
  • Riduzione di rischio osteoporosi
  • Aumento della fiducia e stima in se stessi
  • Diminuzione dello stress

3. La meditazione
Forse non ce ne accorgiamo, ma quando camminiamo a passo costante, dopo i primi minuti di adattamento, il battito cardiaco e il respiro si regolarizzano. Questo flusso costante e ritmico di aria e sangue attraverso il nostro corpo unito alla quiete (se non si è in sentieri troppo chiassosi) dell’ambiente circostante produce un vero e proprio stato meditativo, dove pensieri ed emozioni fluiscono attraverso la nostra mente in maniera più controllata ed armoniosa, permettendoci magari di vedere le cose con uno stato d’animo più sereno e vedere le cose dalla giusta prospettiva.

4. Mettersi alla prova con se stessi
La fatica, l’impegno fisico e il dislivello da percorrere sono dei limiti che possono spaventarci, ma la soddisfazione di portare a termine una vetta, ricompensa di tutti gli sforzi, dandoci la stupenda sensazione di riuscire a portare a termine prove che magari all’inizio ci sembravano impossibili.

5. Uscire dalla “zona di comfort”
Nella vita di tutti i giorni siamo abituati ad avere dei punti di riferimento fissi.
Questo ci rende tranquilli, ma al contempo “anestetizza” il cervello che non ha più la necessità di trovare soluzioni o di attivarsi per adattarsi agli stimoli circostanti, visto che tutto è già sotto controllo.
Uscire dalla cosiddetta “comfort zone” riaccende l’istinto primordiale di sopravvivenza, acuisce i sensi e risveglia la nostra capacità di percepire pericoli e vantaggi che un ambiente ignoto ci può offrire.

 

Uscire dalla zona di comfort produce benefici fisici e mentali

6. La vista
Sicuramente il panorama non è tutto, ma vedere le vette, i panorami, i paesi a valle minuscoli, essere immersi in un ambiente naturale, è una gioia per gli occhi e per la mente.

I panorami non sono tutto, ma la forza di un ambiente naturale è uno degli stimoli che ci fa percepire il benessere di una giornata passata in montagna

7. La natura
Quando ci troviamo immersi tra piante, rocce, rumori di animali selvatici e lontano da smog e ambienti chiassosi il nostro cervello ringrazia. Si torna a percepire stimoli primordiali, i suoni, gli odori, il vento sulla pelle. Torniamo a immergerci in un ambiente nel quale l’essere umano è nato e si è voluto per millenni. La sensazione di benessere che si percepisce dopo una prima fase di adattamento è immensa.

8. Il tempo
In montagna, il tempo acquista un altro valore. Non guardiamo più l’orologio ogni 5 minuti come in città. Il progredire del nostro passo è dato dalla vetta che vediamo avvicinarci e che sicuramente ci aspetta. Se vediamo che siamo in ritardo o in anticipo sui tempi che ci eravamo prefissati non ne faremo un dramma, come quando stiamo per arrivare in ritardo ad un appuntamento in città.
Non ci importa fermarci a fare una foto o a guardare il panorama. La cima aspetta.

9. Digital detox
Così come non ci viene voglia di guardare l’ora, noterete che, durante una gita in montagna, sentirete di meno la necessità di controllare lo smartphone per verificare telefonate, messaggi o notifiche varie. A volte ci si dimentica il telefono in una tasca dello zaino e lo si controlla solo a fine giornata, con la consapevolezza che se abbiamo perso una chiamata non è la fine del mondo. Anzi, a volte percepiamo come sensazione di libertà il non essere raggiungibili al telefono. Cosa che contribuisce a diminuire lo stress e darci una sensazione di benessere.

10. Il riposo

E finalmente il riposo a fine gita.
Una delle sensazioni più belle è quando, alla fine della giornata passata in montagna, ci si rilassa.
E’ un tipo di stanchezza piacevole, ed è bello godersela in relax magari con una birra e 4 chiacchiere con i compagni di gita!

A tutti i praticanti di trekking ed escursionismo, qual’è il fattore che vi piace di più e sentite più vostro?

A tutti gli altri. Cosa aspettate? Comprate un paio di scarpe da montagna e iscrivetevi a un gruppo di trekking della vostra zona! I benefici che ne avrete ricompenseranno lautamente la fatica di salire su una vetta!